Io, l'Arno e il ponte 

 
 

Stamani ho deciso: all'Anchetta mi fermo. Voglio vedere se c'è ancora il cippo sul muro della casa dove passando pagavo un pedaggio. La via Aretina è stretta. Per fortuna non ci sono auto in sosta. Rallento e mi accosto al marciapiede. Scendo. Sì, il cippo c'è. È il ponte sospeso che manca. Faccio il conto. A novembre sono quarant'anni che è partito. La targa riporta 10 luglio 1949: il giorno dell'inaugurazione.

PERCHÉ LʼINGEGNO LA VOLONTÀ IL CIVISMO DEL POPOLANO
BARTOLONI GUIDO
ARTIGIANO IDEATORE E SOLO COSTRUTTORE DEL PONTE
SIANO DʼESEMPIO E DI SPRONE ALLE FUTURE GENERAZIONI
GLI ABITANTI DI ANCHETTA E VALLINA
QUESTO VOLLERO SCOLPITO NEL TEMPO E NEL MARMO

Scorro queste parole e rivedo la passerella sostenuta da cavi d'acciaio e traversine di legno, lunga più di cento metri, larga due, attraversare l'Arno.
Congiungeva la frazione di Anchetta con la sponda sinistra, dove nel 1966 io abitavo vicino a Vallina.
Adesso l'acqua cammina calma e c'è silenzio. Il freddo è passato e gli alberi hanno iniziato a rimettere le foglie. Senza sforzo di memoria riaffiorano le cose minute di quando ero un ragazzo legato a questo fiume.
"Franco" implorava Adele, "non andare. Qualche volta ci caschi nell'Arno!"
"Ma no, mamma. Vo con Sergio a fare gli scivoloni."
"E le lezioni?"
"Le fo dopo."
"Se mi torni fradicio come ieri, ti disfò!"
Con questa minaccia urlata dietro le spalle, a cui non dava importanza, il mio amico scendeva di corsa le scale per venire a chiamarmi. A quell'ora, le tre del pomeriggio d'inverno, io ero pronto. Frequentavo la terza elementare e all'una ero tornato da scuola. Avevo desinato con la nonna perché la mamma era morta nel 1950 quando avevo tre anni. Dopo mangiato mi accoccolavo sotto la tavola vicino alla stufa e immaginavo qualche avventura.
Se in cucina c'era la gatta mi divertivo a giocare con lei. Comunque stavo in attesa di sentire il tipico picchio di Franco sui vetri della finestra.
"Si va?"
A quell'invito uscivo da sotto la tavola.
"Arrivo!"
"Ma dove vai con questo freddo!" mi diceva la nonna sapendo di non essere ascoltata.
"Mi copro bene".
Intanto mi arrotolavo la sciarpa e mettevo il cappello.
"Le pozze sono pericolose. Il ghiaccio si può rompere". Poi abbassava la voce e mi dava l'ultima raccomandazione. "Stai attento, Franco è azzardoso!"
In effetti il mio amico era più spericolato di me, però sapeva sempre come cavarsela. Io ero più riflessivo, cioè meno pronto a fare giochi di cui non conoscevo bene le conseguenze. Per esempio d'estate non mettevo mai le mani sotto i sassi per acchiappare i pesci perché avevo paura di trovarci le serpi acquaiole. Però sapevo prendere la giusta rincorsa per lanciarmi con precisione sopra una pozza ghiacciata. Era la mia specialità. Come mi sentivo su di giri durante la scivolata sulla superficie bianchissima! Provavo un'emozione tagliente che mi faceva stare bene. La maestra aveva letto un libro sugli esquimesi, così immaginavo fantastiche avventure sopra il ghiaccio della banchisa polare.
Il greto del fiume, allora, era di facile accesso ed aveva una conformazione diversa da quella attuale. Abitavo in località Le Fornaci, cinque case isolate, raggruppate a ridosso del bosco, poste sulla riva sinistra dell'Arno tra Candeli e Rosano. Il paese più vicino, Compiobbi, con botteghe, cinema e ferrovia, era sull'altra riva. Per arrivarci bisognava attraversare l'Arno a La Nave. Qui il navichiere Leoniero traghettava persone e cose sopra una grossa zattera detta La Nave, appunto.
Il posto dei giochi, però, non era in quella direzione. Le pozze gelate si formavano più a monte, di fronte alla pescaia di Ellera, uno sbarramento forse costruito per far andare i telai di una fabbrica di tessitura rimasta attiva fi no agli anni Settanta. Durante le piene autunnali il fiume usciva dal suo letto per invadere la parte pianeggiante del greto, dove scavava degli avvallamenti che restavano pieni d'acqua. D'inverno, quando la temperatura scendeva sotto zero, le pozze gelavano. Lo spessore del ghiaccio aumentava con l'aumentare del freddo e per questo motivo ci si poteva stare sopra senza pericolo. Io e Franco ci facevamo gli scivoloni e anche la lotta. La lotta con l'orso polare. A turno uno era l'orso e l'altro il cacciatore. Il gioco finiva sempre con una caduta dolorosa o con un cazzotto non schivato. Chi aveva la peggio si rialzava e andava verso casa giurando che non avrebbe giocato più.
Nel ripensare a quegli inverni, mi viene da riflettere su come si possa essere felici anche con poco, se dividiamo. Poi, per associazione, riaffiora anche l'estate che arriva con un senso di afa. Rivedo gente che cerca refrigerio sul fiume. Un giorno che tutti boccheggiavano per il caldo, "ti porto a fare il bagno" mi disse il babbo.
"State attenti" ammonì subito la nonna. "Sotto la pescaia ci sono le buche".
"Non lo porto sotto la pescaia… Se a questo ragazzo gli mettete sempre paura, non diventerà mai grande".
Partimmo muniti di sapone, asciugamano e biancheria pulita. Arrivati sul greto ci spogliammo e si distesero i panni sul sasso più grosso. Nel punto scelto per fare il bagno l'acqua scorreva tiepida e non mi toccava i ginocchi. Poco distante c'era la pescaia quasi secca, ricoperta di borraccina.
Solo due piccoli rivoli scendevano nell'insenatura dove l'acqua aveva un colore verde scuro. Sapevo, per sentito dire, che in quel punto nessuno era mai riuscito a toccare il fondo. "Attento a non scivolare e aspettami qui," m'intimò il babbo. Lui sapeva nuotare perché aveva imparato in Sardegna durante il militare. Si allontanò e lo vidi riemergere lontano, proprio sotto la pescaia. Intorno giravano libellule e farfalle colorate.
Mi accorsi che potevo muovermi senza che succedesse nulla di pericoloso.
Siccome poco distante affiorava un masso bianco e liscio, volli provare ad arrivarci. Appena mi mossi sentii scivolare i ciottoli ed ebbi l'impressione di scendere.
Improvvisamente mi ritrovai sotto. Buio.
Ero infilato dentro una buca! Non potevo urlare. Il cuore batteva a mille. La paura, però, mi fece rimanere lucido. Non so dire come, riemersi. Stetti immobile. Quando il babbo tornò non gli raccontai nulla e per quella volta non mi allontanai più da lui. Le paure della nonna erano fondate. Sotto la superficie che pareva innocua si formavano davvero delle correnti da cui era difficile uscire.
Dopo la mia piccola disavventura, alla fine di agosto, quando l'afa sembrava insopportabile, tre ragazzi di Compiobbi, verso le cinque del pomeriggio, vennero a fare il bagno sotto la pescaia. Erano appena ritornati dal lavoro e si divertivano a fare i tuffi . Gareggiavano a chi rimaneva di più sott'acqua.
Sguazzavano con l'irruenza dei diciottenni. Ad un tratto uno, Graziano, sparì.
Gli altri due pensarono che per scherzo volesse impaurirli. Poi capirono, e incominciarono a gridare aiuto! Un barcaiolo di Ellera, che era un bravo nuotatore, accorse quasi subito. Si buttò e trovò il corpo imprigionato tra due massi, ma non riuscì a tirarlo fuori.
Poi arrivarono i pompieri, i curiosi, l'ambulanza, i genitori di Graziano… I carabinieri.
Le immagini di questa tragedia non durarono a lungo e le rive del fiume tornarono ad essere il posto preferito per i miei divertimenti. Risento la frescura degli alberi che vi spuntavano. Avevano i rami bassi e formavano una zona intricata dove il sole componeva macchioline di luce sulle foglie. Le piante, nate sulla rena in maniera disordinata, erano degli ontani robusti, delle vetrici rigogliose e ciuffi d'erba duri e taglienti alti più di me. Fino a dodici anni ho dato sfogo alle mie fantasie scavando buche e gallerie. Lì ho costruito palazzi e castelli… Avevo anche scoperto uno spiazzo in mezzo alla vegetazione che consideravo mio perché non era frequentato né dai pescatori, né dagli altri ragazzi.
Era abbastanza complicato arrivarci: bisognava attraversare il fango di un acquitrino e camminare sotto una macchia di rovi.
Era il posto adatto per quando volevo stare da solo.
Una domenica pomeriggio, mentre in casa erano distesi sul letto per il pisolino del dopopranzo, mi prese voglia di andare al rifugio. Il sole picchiava forte e stavo attento a dove mettevo i piedi per paura di pestare qualche serpe. Ogni tanto battevo le mani per scacciare i ramarri. Appena infilato sotto i rovi, ebbi l'impressione di sentire ansimare.
Mi fermai indeciso, poi la curiosità mi fece andare avanti.
C'erano dei vestiti per terra. Vidi un ragazzo e una ragazza distesi sulla rena.
Nudi. Li osservai.
Facevano l'amore.
Io lo sapevo che farlo in quel modo tra fidanzati era proibito. Nessuno mi aveva spiegato niente. La nonna ripeteva a tutti che ero ancora innocente. Qualcosa invece avevo carpito dalle sue allusioni. Comunque vederlo dal vivo mi fece subito sentire più grande. Piano piano tornai indietro. Corsi a casa e naturalmente non raccontai nulla. Intanto quell'immagine non mi usciva dalla mente, anzi spesso si gonfi ava insieme al desiderio. Se non ricordo male, fu l'estate successiva quando due cugine di Franco arrivarono da lui per qualche giorno. Loro abitavano a Pontassieve ed avevano, più o meno, la nostra età. In quel periodo venivano da noi anche altri ragazzi dei dintorni, e quando ci radunavamo insieme, si giocava a rimpiattino oppure a mosca cieca. Un pomeriggio che eravamo soli noi quattro, Franco propose di giocare ai dottori. Io dissi che conoscevo un posto perfetto per fare quel gioco. Una delle cugine fece subito di no, ma sua sorella Laura, mi sorrise. Così, appena fu possibile, ci nascondemmo e si prese il viottolo verso l'Arno.
Quella volta non successe nulla. Appena si fu distesi si alzò una beccaccia. L'uccello volava tra le piante facendo un rumore d'inferno. Lei si ricoprì velocemente, scappò impaurita e dopo non volle riprovare.
Anche quando iniziai le superiori, e gli approcci con l'altro sesso si facevano alle feste in casa, continuai a frequentare l'Arno.
Mio padre si era risposato e avevo cambiato casa. Nel 1964 eravamo tornati nei pressi di Vallina, quasi di fronte ad Anchetta. Tutti i giorni passavo sulla passerella per salire sull'autobus 34 e andare all'I.T.I. Leonardo da Vinci. Quando tirava vento forte mi piaceva sentirmi oscillare nel vuoto. Il costruttore era morto ed ora il pedaggio lo riscuoteva sua moglie.
Comunque il fiume aveva perso le attrattive dell'infanzia. Anche le piene, da quando avevano costruito la diga di Levane, non erano più spettacolari. Cioè non lo furono fino al 4 novembre 1966.
Erano le tre di notte.
"Svegliati. L'Arno è altissimo!"
"Cosa?!!"
"In Vallina l'acqua è entrata nelle case!!"
Erano diversi giorni che pioveva. Accesi la luce, ma non feci in tempo a scendere dal letto che la casa piombò nel buio. Udivo i miei confabulare con i vicini.
Io volevo vederla questa piena! Così scesi in garage, misi gli stivali e una mantella cerata. Segretamente speravo di poter assistere allo spettacolo del fiume gonfi o da sopra la passerella. Non dissi della mia intenzione perché in casa non mi avrebbero lasciato andare.
Mi incamminai sotto la pioggia e ci volle un po' di tempo prima che gli occhi si abituassero a quel tipo di buio. Improvvisamente sentii l'acqua strisciare ai miei piedi. Faceva un sibilo come di vento tra le foglie e mandava un forte odore di razzame. Dentro di me avvertivo una grossa eccitazione. Ma quello che intravidi non era assolutamente immaginabile. Mentre mi concentravo per guardare lontano, mi apparve l'enorme cupola formata dall'acqua della corrente che andava a mille. Che spettacolo grandioso! Nel mezzo vi passavano gli alberi insieme ad un' infinità di altri oggetti che non distinguevo.
Forse c'erano anche degli animali… Udii uno scricchiolio… Subito dopo uno schianto secco, poi un altro…
Compresi.
Il ponte si era staccato dai piloni che lo trattenevano.
A quel punto ebbi paura. Ero partito con l'idea di salirci sopra, al ponte. Feci marcia indietro e, tutto bagnato, svelto tornai a casa.
Quando fu giorno ognuno vide l'imponenza del disastro.
Alle otto arrivarono da noi tre famiglie. Nelle loro case si sentivano in pericolo perché erano troppo vicine all'Arno. "Siamo sfollati come in tempo di guerra", piagnucolavano.
Intanto, tutti affacciati alla finestra, si vedeva l'acqua salire. I catastrofisti facevano previsioni del tipo: chissà quanti morti si troveranno domani per le strade di Firenze.
Gli ottimisti, invece, si chiedevano se il ponte avrebbe resistito.
Per non generare discussioni, io che su questo sapevo, non dissi nulla…
Stamani, Guido Bartoloni, cioè il suo busto che sporge da sopra la targa dove gli abitanti di Anchetta e Vallina lo vollero scolpito, vede passare solo acqua verde ed innocua. Poiché non c'è più l'intrico dei cavi neri a confondergli la visuale, vede anche i pescatori che ributtano in acqua i pesci presi per divertimento.
Il suo ponte non è stato ricostruito. Probabilmente non lo sarà mai. Eppure il profilo esatto di quell'opera "stile Brooklin", è ancora disegnato sulla casa dove adesso non passa nessuno e non si paga pedaggio.
Io, che dal giorno dell'alluvione ho interrotto i rapporti col fiume, grazie ad un concorso, forse li riprendo.
 


 
 

Sauro Bartolozzi
nato a Bagno a Ripoli il
17 maggio 1947  

 
     

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